IL LAVORO CON IL CORPO
E LA PSICOTERAPIA DELLA GESTALT



1) L’approccio integrato della Psicoterapia della Gestalt
2) Panorama dei principali approcci psicoterapeutici e delle principali “terapie fisiche”
3) Il lavoro psicoterapeutico integrato come mezzo per realizzare un cambiamento profondo
4) Dal blocco emotivo alla formazione della “struttura corporea di adattamento”
5) Natura e origini della struttura corporea di adattamento
6) Il rinnegamento del corpo
7) Il lavoro terapeutico con il corpo secondo la metodologia della Gestalt
8) La risoluzione dei conflitti: sentiero per l’integrazione




1) L’approccio integrato della Psicoterapia della Gestalt
Il bagaglio ereditato dalla nostra cultura occidentale è contraddistinto dalla “scissione” artificiosa tra quelli che sono gli elementi di un'unica realtà: la mente e il corpo.
Solitamente dividiamo il nostro organismo in un “Io”, capace di pensare, immaginare, simbolizzare e verbalizzare, ed un “esso”, che trasmette sensazioni fisiche interne (propriocettive), e che ci consente di entrare in contatto con l’ambiente attraverso i cinque organi di senso e il movimento nello spazio.
Tale scissione si esprime mediante il nostro linguaggio e allo stesso tempo ne viene rinforzata. Infatti non abbiamo un'unica parola che ci permetta di dire “Io-corpo”, ma ci riferiamo ad esso dicendo “il mio corpo”, come se fosse un oggetto che possediamo, e non come una parte del sé.
Spesso l’uso della parola “mio” non indica un’identità tra esperienza corporea e sé, ma implica possesso nel senso di proprietà e sottolinea la distinzione tra il possessore e l’oggetto posseduto. Si può dire “il mio collo” allo stesso modo in cui diciamo ”la mia automobile”.
“Spesso pensiamo di “avere” un corpo, inteso come qualcosa di diverso da noi, in realtà noi “siamo” il corpo, ed esso è la nostra stessa vita” (Menditto, Rametta, 2003).
La Psicoterapia della Gestalt (P.d.G.), in quanto terapia olistica, considera la mente e il corpo come aspetti inscindibili, ricerca l’unità della persona e considera l’organismo nella sua totalità. Infatti “quando ego e corpo vengono vissuti in maniera integrata la realtà che ne risulta è più profonda di ciascuna delle due vissute separatamente” (Wilber, 1981).
Vedere la persona come una totalità più grande della somma delle sua parti, significa vedere la persona come composta da tutte le parti: corpo, mente, pensieri, emozioni, sentimenti, immaginario, sensorialità, movimento, e così via; ma non come una semplice addizione di queste. L’individuo è il frutto del funzionamento integrato nel tempo e nello spazio dei vari aspetti del tutto.
La P.d.G. individua cinque livelli dell’esperienza: a) il livello cognitivo-verbale (il linguaggio, il pensiero, le idee, la cultura, la storia personale, ecc); b) il livello immaginativo (i simboli, la fantasia, l’immaginazione, il sogno); c) il livello emotivo; d) il livello sensorio (le informazioni sensoriali provenienti dai cinque organi di senso); e) il livello corporeo (le sensazioni propriocettive, la postura, i gesti, l’occupare e il muoversi nello spazio, ecc), (Menditto, Rametta, 2003).
Essa concepisce la consapevolezza come un processo che si sviluppa e fluisce attraverso tutti i livelli dell’esperienza. Quanto maggiore è il coinvolgimento e l’armonizzazione di questi, tanto più ne beneficia la consapevolezza che diventa più piena e ricca, e consente all’organismo di procedere verso il “contatto” soddisfacente con l’ambiente (fisico e umano).
Quello della P.d.G. è un approccio psicoterapico integrato, diretto al corpo e alla mente, che opera simultaneamente con tutti gli aspetti della persona e che porta all’esperienza di una integrazione e alla capacità di mantenerla.
Lo stato di integrazione in cui la persona fa esperienza di sé come organismo unitario, è caratterizzato dal cambiamento sia della consapevolezza di sé, che della prospettiva della propria vita, reso ancora più efficace in quanto mediato dal coinvolgimento del corpo. In tal senso si può affermare che il corpo supporta e favorisce il senso del sé e la sensazione di interezza.
Quindi il terapeuta della Gestalt lavora globalmente, e attraverso l’osservazione fenomenologica di ciò che appare in superficie, contatta le strutture profonde, collegando anche i più piccoli movimenti corporei (gli elementi del “codice linguistico non-verbale”) con il contesto esperienziale del paziente, e della relazione terapeutica.
L’interesse che rivolge al corpo è diretto essenzialmente verso l’”esperienza” che l’individuo fa del suo corpo, vale a dire il “come” la persona si esprime o contatta l’ambiente.
J. I. Kepner nel descrivere il rapporto esistente tra Sé e corpo afferma che “la nostra esistenza è un’esistenza incarnata” in cui “i pensieri e gli atteggiamenti sono corporei e muscolari, influenzano le secrezioni dei nostri organi ed i ritmi delle nostre cellule così come i nostri stati d’animo” (Kepner, 1997).
La salute e la malattia sono sottilmente influenzate dai nostri atteggiamenti, dalla tensione, dalla respirazione e dai sentimenti.
Secondo l’autore problemi quali l’obesità, le sofferenze psicosomatiche, l’insensibilità emozionale, la tensione cronica, i mal di testa, i disturbi sessuali, ed altri ancora, non fanno altro che dimostrare come il vissuto corporeo e mentale siano strettamente intrecciati.
Non si può negare che la realtà corporea costituisce il fondamento primario dell’esperienza umana, essa è “intrinseca” al nostro rapporto con il mondo e forma una base per il contatto con l’ambiente in modo da poter andare incontro ai nostri bisogni e crescere.
Mentre la visione psicosomatica classica ritiene il conflitto mentale causa dei sintomi fisici, la visione integrata guarda ad entrambi come parti di un espressione unitaria del sé o dell’organismo.
In una terapia integrata i processi psicologici, nel venire verbalizzati, vengono connessi alle loro espressioni corporee; mentre i processi fisici, (quali la postura, lo sviluppo muscolare, i disturbi somatici), sono visti come espressioni significative della persona e le due sfere possono essere momentaneamente separate solo per una questione di interesse terapeutico.
Una buona consapevolezza dell’esperienza corporea, propria o di altri, può essere importante sia nel risolvere piccoli problemi quotidiani come far fronte alle tensioni, comprendere i sentimenti e quindi modellare le relazioni, sia per problemi più profondi riguardanti il sé, la confusione di identità, i conflitti emotivi o un senso di frammentazione.
top



2) Panorama dei principali approcci psicoterapeutici e delle principali “terapie fisiche”
La psicoterapia tradizionale, frutto della visione comune della cultura nella quale è inserita, pone un enfasi unilaterale sugli aspetti psico-cognitivi: le verbalizzazioni, i pensieri, i sogni e cose simili. Essa definisce il processo terapeutico come il lavoro con gli eventi e le condizioni mentali ad essi correlati, e pone l’accento sul cambiamento dei costrutti mentali (conflitti, cognizioni, e strutture della mente), considerando l’intelletto come l’unico strumento pertinente nel trattamento dei problemi. Tali modelli terapeutici, ereditando una visione dualistica della relazione mente-corpo, favoriscono una metodologia scissa in cui o si cura la mente attraverso la psicoterapia, o il corpo attraverso la “terapia fisica”.
W. Reich (1933, 1942) è stato storicamente il primo autore a dare importanza alla vita corporea in relazione ai problemi mentali, studiando come le difese del carattere si manifestano nella postura, nella tensione muscolare, nella respirazione, fino a costituire la cosiddetta “corazza muscolare”.
Successivamente due allievi di Reich, A. Lowen e F. Perls, posero un enfasi differente sul corpo nei loro specifici approcci, rispettivamente la “terapia bionergetica” e la “psicoterapia della Gestalt”.
Negli ultimi anni due diversi influssi hanno fatto aumentare l’attenzione ai fenomeni del corpo nella psicoterapia: da un lato l’interesse per le arti e per le terapie corporee nella psicologia umanistica, e dall’altro la comprensione del comportamento non verbale come forma di comunicazione.
All’interno di questa recente ondata di interesse per i fenomeni corporei, sono riscontrabili differenze significative nei modi attraverso cui il processo corporeo viene inteso nel contesto terapeutico. Essi sono sintetizzabili in quattro categorie: 1) le psicoterapie, come la psicoanalisi e il cognitivismo, che prestano poca attenzione ai fenomeni corporei se non come sintomi di problemi “sottostanti”; 2) le “terapie corporee”, che lavorano solo con i processi fisici; 3) le scuole di psicoterapia centrate sulla comunicazione e quelle comportamentali, che vedono i fenomeni corporei come una serie di segnali da controllare o come comportamenti da modificare; 4) le psicoterapie corporee, come la scuola della Gestalt e quella reichiana, che mirando a un intervento in profondità, considerano il corpo intrinseco al sé e concepiscono la persona dal punto di vista olistico.
Al primo tipo appartengono le psicoterapie unidirezionali: psicoanalisi (Freud, 1938), terapia centrata sul cliente (Rogers, 1951), terapia razionale emotiva (Ellis, 1962; Ellis – Harper, 1968); che utilizzano interventi quasi esclusivamente verbali, e mirano al cambiamento dei processi e delle strutture mentali.
Tra le principali “terapie fisiche” si possono individuare: il Rolfing o integrazione strutturale (Rolf, 1977), il metodo di Feldenkrais (Feldenkrais, 1972) e la tecnica di Alexander (Alexander, 1971).
Infine, gli approcci psicoterapeutici chiaramente psicofisici sono rappresentati da: la terapia reichiana (Reich, 1942, 1945/1972; Baker, 1967), le terapie neo-reichiane (Lowen, 1958; Kelly, 1976; Keleman, 1979, 1985) e la psicoterapia della Gestalt (Perls, 1947/1969; Perls et al., 1951);
Alla base dei diversi approcci vi sono differenti visioni della relazione mente-corpo quali: a) la visione dualistica (all’interno del quale è possibile distinguere il modello unidirezionale, il modello del parallelismo o alternato), b) la visione olistica.
Secondo la visione dualistica, mente e corpo sono completamente separati tra loro, e per questo necessiterebbero di un trattamento a sé. Alcuni autori sebbene considerino queste due sfere separate, contemplano la possibilità che l’una possa influenzare l’altra, sebbene il processo fisico viene visto come un epifenomeno, in relazione agli eventi mentali sottostanti, e separato da essi (il metodo unidirezionale).
Nel modello del parallelismo corpo-mente, pur considerando le due sfere separate tra loro se ne riscontra lo stretto collegamento, così che l’una inevitabilmente ha effetti sull’altra. Comunque le due parti vengono trattate separatamente, tenendo presente che i cambiamenti in un area possono agire sull’altra grazie alla loro relazione intrinseca (approccio o metodo alternato).
Dall’altro lato, le terapie corporee, pur riconoscendo il contributo dei processi psicologici nella formazione della tensione corporea e degli squilibri posturali, mancano di una metodologia strutturata che consenta di lavorare con i processi psicologici al fine di connetterli al lavoro somatico.
top



3) Il lavoro psicoterapeutico integrato come mezzo per realizzare un cambiamento profondo
Oggi si assiste al fiorire di un ventaglio variegato di “metodi fisici” che presentano facili esperimenti che provocano profonde “sollecitazioni nella corazza muscolare” con sensazioni spesso dolorose o di piacevole rilassamento. Simili esperienze sono insufficienti a provocare un cambiamento efficace e duraturo, infatti, sebbene le attività espressive possano dare sollievo, se non sono inserite in un processo di consapevolezza non riescono ad attivare nella persona una reale integrazione.
Molti esperti di “terapie fisiche” assistono all’effetto benefico che la reintegrazione di uno squilibrio posturale può avere sulla concezione e sull’atteggiamento mentali di un cliente, così come, gran parte degli psicoterapeuti ha avuto modo di osservare come al cambiamento e alla risoluzione di alcuni problemi critici del paziente si sia accompagnata una modificazione spontanea di alcune risposte fisiologiche.
Ciò potrebbe portare ad ipotizzare che al modificarsi del processo psicologico (conflitto o difesa), si accompagnerebbe un mutamento della struttura somatica ad esso connessa; così come al cambiamento della struttura corporea seguirebbe una trasformazione della funzione psicologica che è in relazione con essa.
Ma un esempio potrà chiarire meglio questo punto: immaginiamo che un individuo depresso si sottoponga ad una terapia somatica che lavora sulla sua postura e in generale sul corpo. Man mano che si altera la postura incurvata e accasciata, il paziente si sentirà meno depresso, in quanto “la funzione si conforma alla struttura”. Se la cura per la depressione consistesse semplicemente nell’insegnare ad un paziente ad assumere una postura migliore, non ci sarebbe quasi bisogno di alcun tipo di psicoterapia. In realtà una persona depressa non riesce a mantenere un atteggiamento fisico o mentale non depresso, fino a che le parti del sé, che sono fonte di depressione, non vengono rese evidenti e i sentimenti che sono stati compressi non vengono liberati e resi di nuovo funzionali (J. I. Kepner, 1997).
Dall’altro lato l’esplorazione psicodinamica dei conflitti e delle repressioni inerenti la depressione di un cliente, non sempre modifica la respirazione superficiale e la postura abbattuta che sono aspetti essenziali della depressione. Il paziente facilmente potrà ricadere nello schema emotivo in quanto lo schema fisico continuerà ad esistere e tenderà a dar forma alla percezione e al sentimento.
Per chi si sottopone a terapie prettamente fisiche, ciò che emerge solitamente è la difficoltà a mantenere e integrare i cambiamenti dell’organizzazione posturale e muscolare, se non si è esaminato come questi aspetti fisici si situano nella vita emotiva.
Allo stesso modo per chi si sottopone anche ad una lunga psicoterapia, determinati atteggiamenti corporei abituali possono impedire a ciò che hanno compreso di se stessi, di potersi “incarnare” nel loro comportamento e nel loro modo di interagire.
Alcuni approcci tentano di combinare il lavoro fisico e quello mentale, alternando metodi di terapia fisica e psicoterapia (ad esempio tecnica Feldenkrais e psicoterapia, oppure bionergetica e psicoterapia della Gestalt) senza riuscire, però, a conseguire una convergenza tra i due metodi. In questo caso il raggiungimento dell’integrazione (il senso del sé come unità), dipenderà, molto spesso, dalle caratteristiche individuali, da specifici processi di rinnegamento e dalle scissioni delle varie parti del sé del paziente.
Secondo J. I. Kepner la relazione esistente tra la struttura del corpo ed il funzionamento psicologico organismico, non è di tipo causale lineare (il corpo determina la mente oppure la mente determina il corpo), questi aspetti della persona costituiscono lo stesso insieme, e solo se le condizioni supportano l’integrazione reale di queste parti, allora potrà avvenire un cambiamento duraturo dell’insieme (J. I. Kepner, 1997).
top


4) Dal blocco emotivo alla formazione della “struttura corporea di adattamento”
Il corpo può essere descritto come un entità vibrante, pulsante e in continuo movimento, caratterizzata dall’alternarsi di fasi di contrazione con fasi di espansione, di fasi di ritiro con fasi di contatto.
Quando un bisogno viene frustrato o viviamo una situazione di pericolo, l’intero organismo reagisce a livello somatico, emotivo e cognitivo, ed il comportamento ne è condizionato.
In una semplice reazione da stato di allarme il “sistema dei recettori e dei propriocettori reagisce in maniera da provocare un irrigidimento muscolare” (Perls et al, 1970).
Tali reazioni istintive dell’organismo sono processi naturali e flessibili, che variano al mutare delle condizioni ambientali. Tuttavia può accadere che una reazione psicocorporea di adattamento ad una situazione difficile, venga usata abitualmente o perché l’ambiente richiede costantemente la stessa risposta, o perché l’individuo costruisce un senso del sé poco flessibile. In questo modo finisce per assumere la forma di una struttura costante e fissa denominata “struttura corporea di adattamento” (J. I. Kepner, 1997).
La P.d.G. concepisce lo sviluppo umano, la crescita, la formazione del sé all’interno della relazione con l’ambiente. Per questo motivo viene data notevole rilevanza alla “qualità del contatto”, attraverso il quale l’individuo può trovare e assimilare ciò che è necessario per la sua sopravvivenza e lo sviluppo, e rifiutare quelle esperienze che non possono essere assimilate e utilizzate (Perls, 1947/1969). Se durante la crescita aspetti o qualità del sé diventano problematici in relazione a un particolare ambiente fisico o sociale, allora il bambino per affrontare il conflitto tra il bisogno di essere accettato (in tenera età un rifiuto può assumere il valore di una minaccia legata alla sopravvivenza) e la difesa delle qualità del sé, alienerà quegli aspetti del sé inaccettabili per l’ambiente.
Talvolta l’espressione del bisogno di amore di un bambino può scontrarsi con il rifiuto ambientale, l’aggressività può urtarsi con la punizione, la vulnerabilità con la crudeltà, la curiosità con un atteggiamento difensivo o con condizioni ambientali impoverite.
Le qualità del sé rinnegate, così come le sensazioni, i bisogni, le espressioni, i movimenti e le immagini ad esse associate, vengano tenuti lontani dalla consapevolezza in uno spazio conflittuale, dove continuano ad esistere e ad essere in azione.
Immaginiamo un bambino che vive in un ambiente dove gli è impedito di giocare, molto probabilmente egli potrà reagire alla frustrazione del suo bisogno con un sentimento di rabbia, e se esprimere tale sentimento può comportare un rischio, quale ad esempio perdere l’affetto delle persone dalle quali riceve le cure per la sua sopravvivenza, sarà fondamentale per lui contenere la rabbia e cedere alla paura.
La repressione emotiva del sentimento della rabbia potrà essere tradotta in un irrigidimento dei muscoli del collo, della mascella, al quale si accompagnerà una lettura cognitiva dell’evento sotto forma di pensieri su se stesso, sugli altri e sulla vita, del tipo: “non mi vogliono abbastanza bene da permettermi di...”, o “io non sono come gli altri bambini”, ecc. (A. Ferrara, 1988)
Se tali esperienze frustranti, come ad esempio un atteggiamento critico e scoraggiante agito costantemente e regolarmente da altri, si ripetono costantemente, l’intero processo può cronicizzarsi portando alla formazione di quello che E. Berne chiama il “copione” di vita (E. Berne,1979).
Immaginiamo una persona la cui postura è caratterizzata da: testa incassata nelle clavicole, collo accorciato, spalle che si ergono intorno alle orecchie. Tale postura può ricordare “una tartaruga che si ritrae nel guscio” e sembra avere, in qualche modo, una funzione di protezione della testa. Qualunque sia stato l’episodio originario che abbia scatenato una tale reazione, è innegabile che essa sia diventata e rappresenti una “struttura cristallizzata”, e che quello che era un processo di adattamento temporaneo ad una situazione difficile, a lungo andare si sia trasformato in un atteggiamento automatico caratterizzato da un cronico ritirarsi in se stesso. In questo modo la capacità di “venire fuori nel mondo” (il proprio atteggiamento verso l’ambiente) può venire circoscritta dalla struttura fisica, che consente alla persona solo alcuni comportamenti, mentre limita e rende meno fluida la produzione di altri.
Inoltre gli schemi di tensione muscolare fissi, inducono e perpetuano schemi emotivi ripetitivi, anche in assenza degli eventi traumatici che li hanno prodotti, ed è in questo modo che si può instaurare un circuito auto-inducente tra schemi muscolari ed emozionali la cui rigidità nel presente interrompe il normale flusso di contrazione/espansione.
top



5) Natura e origini della “struttura corporea di adattamento”
Secondo J. I. Kepner (1997) ogni essere umano è dotato sia di una “struttura corporea biologica” di base, geneticamente determinata, frutto degli adattamenti evolutivi della nostra specie, e sia di una “struttura corporea di adattamento” che si viene a formare attraverso il nostro adeguamento alla storia e alle esperienze di vita. Quest’ultima è rappresenta da tutte quelle variazioni individuali a livello di: postura, movimento, respirazione, tensioni, atteggiamenti, espressioni, movimenti caratteristici di parti del corpo.
Tali posture ed espressioni corporee non dipendono da una scelta conscia, anzi, spesso non vengono neanche notate dagli individui, malgrado possano accorgersi del dolore e del disagio conseguente. Esse si manifestano sotto forma di “struttura cristallizzata” nella muscolatura o come risposte muscolari pre-programmate che canalizzano il movimento in uno schema motorio stereotipato. Essendo usate costantemente e in maniera persistente nel tempo, diventano automatiche e involontarie, non facilmente modificabili attraverso un cambiamento comportamentale.
Quindi le variazioni individuali nella struttura corporea non sono casuali, ma “pregne” di significato.
Esse si sono sviluppate come “reazione creativa” all’esperienza personale di vita, e vanno lette all’interno di quello specifico contesto. L’adattamento organismico agli eventi della vita (la storia familiare, la serie di eventi negativi, i traumi emotivi e/o fisici, le malattie, ed il senso di sé che da tutto ciò se ne trae), è un processo che modella non solo il pensiero e le opinioni, ma anche le reazioni fisiche ed emotive, perfino il modo di muoversi, di stare in piedi, di sedersi, ovvero il modo attraverso cui ci “incarniamo”. Come gli schemi di interazione familiare, di comportamento o del senso di noi stessi diventano persistenti, allo stesso modo la natura corporea viene strutturata fino a diventare parte delle “nostre stesse ossa e fibre” (J.I. Kepner, 1997).
Quindi, la struttura corporea di adattamento può essere definita come quell’opera d’arte in cui sono iscritte, dipinte e plasmate visibilmente le esperienze individuali.
Essa può originarsi non solo come risposta creativa ad un ambiente “difficile”, ma anche come reazione al dolore intrinseco alla vita. Infatti la crescita inevitabilmente ci fa incontrare esperienze dolorose, che non sono in se stesse causa di danni allo sviluppo del sé, a patto che esse possano essere adeguatamente assimilate all’interno della funzionalità organismica. Ciò che facilita l’assimilazione è ben rappresentato dal “bacio della mamma sulla ferita del bambino” che lo aiuta a ”guarire”, alleviando un’esperienza altrimenti insopportabile. Infatti attraverso la presenza affettuosa e il sostegno di una figura di attaccamento, o attraverso l’apprendimento di nuove abilità, il bambino può assimilare le esperienze dolorose, imparando ad affrontarle senza sacrificare alcuna parte della sua integrità. Altri dolori sono meno assimilabili sia per la loro intensità e costanza, sia perché richiedono una risposta più complessa ai fini dell’adattamento, oppure perché tale sofferenza può essere diretta a limitare il funzionamento organismico. Gli esempi più lampanti sono forniti dai casi di maltrattamento e/o di abuso fisico: percosse violente, punizioni umilianti, minacce costanti di lesioni fisiche, manipolazione del corpo o intrusione agita da altri. Il bambino reagisce a ferite di questo genere ritraendosi dalla superficie di contatto della pelle e dei muscoli, e di fronte a una ferita che si è ripetuta nel tempo, esso si ritira ancora più lontano dalla fonte di dolore, separando il proprio sé dal proprio corpo, e rinnegando la sede del dolore per ridurre il danno.
top



6) Il rinnegamento.
L’esistenza di un doppio registro linguistico: da una parte il vocabolario del sé identificato con la mente (cognitivo-verbale), dall’altra il vocabolario del sé identificato con il corpo, (corporeo-cinestetico) può rendere più difficile la comunicazione tra i due livelli.
Immaginiamo una situazione in cui la persona A vuole comunicare un importante messaggio alla persona B, e quest’ultima non solo non vuole comunicare, ma non desidera neanche “avere a che fare” con A, al punto da ignorarne l’esistenza. In questo caso la persona A troverà grosse difficoltà nell’inviare il messaggio, potrà comunicare solo attraverso un linguaggio ignoto, e dovrà “virtualmente colpire il destinatario sulla testa” per ottenere che egli presti attenzione alla comunicazione (J.I. Kepner, 1997). Qualcosa di analogo accade quando alieniamo parti del sé e rinneghiamo il corpo dal nostro senso del sé: tali aspetti continuano ad avere rilevanza per il nostro funzionamento organismico, a dispetto del fatto che li disconosciamo, e sono in costante ricerca di espressione.
“Ciò che è intrinseco alla nostra natura può essere ignorato, soggiogato o nascosto sotto una coltre di oscurità, ma non può essere distrutto” (J.I. Kepner, 1997), esso può emergere ed esprimersi attraverso modalità distorte.
Quindi non bisogna meravigliarsi se il nostro sé-corpo è obbligato a fare qualcosa di drastico (emicranie, dolori alla schiena invalidanti, impotenza, ulcere, colite, ecc.) per attirare la nostra attenzione. Secondo la P. d. G. molti dei nostri processi corporei “inesplicabili” rappresentano un “atto creativo” del nostro Io che tenta di adattarsi in un campo difficile, e possono essere visti come portatori di “messaggi esistenziali” provenienti da parti rinnegate del sé (J. I. Kepner, 1997).
Il processo del rinnegamento viene strutturato nel corpo, che porta in sé, sia il movimento o il sentimento alienato e sia il processo attraverso il quale lo si disconosce, cioè la tensione che lo esclude dalla consapevolezza e dall’espressione.
Accade qualcosa di paradossale quando l’individuo nel cercare di sfuggire al dolore evita la sede delle sensazioni: il corpo, rendendolo estraneo; in questo modo egli soffoca anche la sede del piacere e si preclude tale esperienza (Wilber, 1981). L’individuo che nel passato ha evitato il dolore perché troppo piccolo e indifeso può continuare a farlo oggi, da adulto, in una illusoria fuga dal dolore.
I metodi che rendono possibile il rinnegamento di parti del sé sono: la desensibilizzazione delle sensazioni corporee (il rinnegamento del sé-sensorio), l’inibizione di alcuni movimenti (il rinnegamento del sé-motorio), la sottrazione dell’io all’esperienza corporea (la proiezione del corpo).
La contrazione prolungata è una modalità per attutire e smorzare fisicamente le sensazioni corporee, quando sono avvertite, ed in questo modo si può giungere a escludere dalla percezione anche le emozioni e i sentimenti.
Nelle situazioni in cui è presente la percezione del proprio sentimento, ciò che viene soppresso è l’espressione di questo, attraverso un meccanismo di blocco dell’emozione e del movimento. In questo modo viene disconosciuta la funzione del sé motorio, che ci consente di esprimere i sentimenti, di manipolare e trasformare l’ambiente, di relazionarci e reagire agli altri, di creare e modulare i confini e difendere la nostra integrità organismica.
Se l’atto di cercare un contatto corporeo allungando le braccia è criticato o rifiutato, può diventare un rischio mostrare il proprio bisogno d’amore, allora la muscolatura delle braccia e del torace si tende per opporsi alla spinta di protendersi. Se piccole espressioni di rabbia o l’espressione del pianto sono state ripetutamente attaccate e criticate nel passato, allora i movimenti implicati nella loro espressione devono essere evitati. Essi possono essere resi non più accessibili, al punto tale da venire percepiti come estranei e minacciosi per il proprio senso del sé.
Infine, attraverso la “proiezione del corpo” l’individuo può giungere a ripudiare la propria esperienza. Vale a dire che, sebbene sia in grado di entrare in contatto con le proprie sensazioni, esse sono tenute separate dal senso del sé, in modo che l’impatto sul comportamento della persona venga ridotto al minimo. È come se avvenisse una sorta di allontanamento tra l’esperienza del corpo e il sé, tra l’oggetto e il soggetto dell’esperienza. Il corpo viene considerato un oggetto di esperienza, non una parte del soggetto, e viene dunque proiettato e trattato come se fosse altro da sé.
Coloro che praticano varie arti del corpo (atleti, ballerini, coloro che esercitano arti marziali, ed altri) giungono a sviluppare un raffinato senso cinestetico, tuttavia questo non rappresenta una garanzia contro la “proiezione del proprio corpo”, che può continuare ad essere esperito come se fosse un oggetto. Si può conquistare una consapevolezza piena e intatta delle proprie sensazioni corporee, ma ciò non vuol dire che sia necessariamente “integrata emotivamente”; allora “posso piangere di un pianto intenso e partecipato con tutto il mio corpo, essere consapevole e percepire tutte le reazioni e modificazioni fisiologiche in atto, ma non riuscire ugualmente ad entrare in contatto con il mio sentimento”.
Si possono sottomettere i processi corporei come se fossero “ingranaggi e marce di una macchina”, ma ciò non favorisce l’ ascolto e il contatto pieno.
A volte un forte bisogno di controllare il proprio sé corporeo può nascondere la paura di sentire che possa essere “fuori dal controllo”.
F. Perls (1947/1969) criticava quei metodi che tentavano di allenare meccanicamente il corpo a rilassarsi o a modificare la postura, in quanto, ignorando i significati emozionali di quella tensione e di quella postura, insegnavano il controllo del corpo da parte dell’Io, e incoraggiavano ulteriormente il senso della scissione, piuttosto che l’integrazione. Egli affermava: “anche se foste capaci di rilassarvi, concentrandovi sul rilassamento, in ogni stato di eccitazione la “corazza muscolare si ripristinerebbe”, andando a rappresentare fedelmente come uno specchio quei blocchi, quelle contratture, quelle repressioni che assumono un significato e una funzione ben precisi nella storia e nell’equilibrio omeostatico dell’organismo (F. Perls., 1969).
top



7) Il lavoro terapeutico con il corpo secondo la metodologia della Gestalt
Il processo terapeutico può essere visto come un percorso che si snoda dalla ricerca dell’appoggio ambientale allo sviluppo di un solido auto-appoggio. L’approccio della Gestalt, in particolare, considerando la persona come una “totalità”, vede la psicoterapia come il processo di sviluppo delle condizioni che portano a fare esperienza di se stessi come totalità, ovvero il processo di integrazione.
Infatti quando si raggiunge l’integrazione di aspetti del sé apparentemente separati e conflittuali, si può sperimentare l’effetto esistenziale di un solido auto-appoggio.
Molte delle persone che intraprendono una psicoterapia si identificano esclusivamente con una parte del sé escludendo le altre, mostrando, così, significative aree di inconsapevolezza e negazione di vari aspetti di se stessi, particolarmente del proprio processo corporeo. Di conseguenza ciò che viene portato in terapia sono proprio quelle unità che sono state rinnegate e che stanno creando problemi, e ciò che viene richiesto è di risolvere questi ultimi.
Il terapeuta della Gestalt partendo dall’osservazione di ciò che appare a livello fenomenologico, lavora con la persona facendo la spola tra i diversi livelli dell’esperienza (corporeo, sensorio, emotivo, cognitivo-verbale, immaginativo), fino a che non emerge l’interrelazione delle parti, la loro unità funzionale e infine l’esperienza nella sua interezza.
Alcuni aspetti essenziali del lavoro terapeutico gestaltista sono rappresentati da: la costruzione di una buona relazione terapeutica, il lavoro di consapevolezza, la ri-sensibilizzazione, l’identificazione e la riappropriazione di parti del sé precedentemente rinnegate.
La costruzione di una buona relazione terapeutica è un prerequisito fondamentale al fine di creare un ambiente sicuro, affettuoso, di cooperazione e di fiducia, nel quale i pazienti possono “correre il rischio” di ritornare nel proprio corpo e di lasciare emergere emozioni primitive.
L’esperienza che il cliente potrà provare sarà simile alla sensazione di essere sommerso da emozioni intense e profonde, la cui funzione, però, non è di tipo catartico. Infatti come terapeuti della Gestalt, consideriamo il processo di “catarsi emotiva” una forma terapeutica inappropriata ed inefficace, se non è accompagnata da un processo di consapevolezza che “entra nel corpo” (J.I. Kepner, 1997).
Mano a mano che la relazione e la terapia si sviluppano, le “Gestalt incompiute” del passato, vale a dire quelle importanti esperienze del passato che non sono state completate, cominciano ad emergere e ad essere ri-sperimentate nel corpo, così come affiorano quegli schemi ripetitivi e non più funzionali (schemi muscolari fissi del corpo e schemi emotivi).
Allora il compito del terapeuta si focalizza sull’aiutare il paziente a rendere intelleggibili i messaggi provenienti dal corpo, risolvere la situazione incompiuta che ha richiesto alla persona di alienare quell’aspetto del sé, e infine “sanare”, in qualche modo, le fratture che si sono verificate nell’organismo.
Per ogni strato del sé-corpo che viene ricontattato, possono essere riaperte vecchie “ferite emotive”, ma solo riportando nel presente le esperienze rinnegate, possono essere reintegrate, e può aver luogo un’autentica guarigione.
Quando nella seduta terapeutica il paziente “agisce” la sua tendenza nevrotica si ha la possibilità di individuare il momento e il modo in cui spezza il flusso dell’esperienza impedendosi di raggiungere una chiusura appropriata della situazione.
L’individuo viene sostenuto nel divenire consapevole, nel “qui-ed-ora", di tutti quei fattori che inibiscono il suo naturale flusso di energia.
Una fase importante del lavoro terapeutico è rappresentata dalla risensibilizzazione delle parti desensibilizzate, che avviene attraverso: a) l’uso del contatto diretto (la manipolazione della struttura muscolare), o dei movimenti e stiramenti al fine di rivitalizzare specifiche parti del corpo; b) il “dare voce” ed espressione alle emozioni e ai movimenti congelati; c) gli esperimenti terapeutici finalizzati al riappropriarsi e integrare nel sé ciò che è stato rinnegato o non assimilato.
Il terapeuta gestaltista focalizza il proprio lavoro sia sul migliorare il supporto fisico e la gamma di variazione del movimento, sia sull’esplorare il significato ed i sentimenti racchiusi in quella struttura.
Il suo obiettivo è quello di favorire il cambiamento delle strutture corporee “cristallizzate”, non attraverso l’eliminazione di queste, ma attraverso la loro trasformazione nei processi che esse rappresentano.
Egli si focalizza sul “come” il paziente fa esperienza della propria esistenza fisica, e sulla scoperta di nuove modalità a lui più consone. Inoltre non interpreta il corpo e l’esperienza del cliente, ma lo sostiene nel definire, a partire da se stesso, il significato soggettivo delle sue esperienze.
Al fine di accrescere la consapevolezza della persona viene progettato l’esperimento, che rappresenta l’unità di lavoro basilare della P.d.G.. Ad esempio, se il terapeuta nota che il petto del paziente è incavato, può comunicargli ciò che osserva fenomenologicamente, e proporgli l’esperimento di verificare cosa cambia nell’esperienza di se stesso se accentua la struttura (cioè se ripiega ancora di più il torace incavato), e se enfatizza l’opposto di quella struttura (vale a dire se solleva il torace e amplia il respiro).
Nel primo caso il cliente insieme al terapeuta può esplorare la parte più familiare, accettabile, funzionale e protettiva di sé, nella seconda postura, invece, può cercare di scoprire la polarità meno consapevole.
L’interesse non è incentrato sul cambiare il torace del cliente, ma sul consentire di “fare esperienza” del significato che ha per se stesso la struttura del suo torace.
In questo modo lo si aiuta a divenire maggiormente consapevole di cosa “sta facendo fisicamente”, portando l’esperienza del corpo in primo piano, attraverso il processo di risensibilizzazione.
Il terapeuta gestaltista induce nel cliente la mentalità della responsabilità, intesa come capacità di rispondere e di scegliere le proprie reazioni, tale senso di responsabilità porta all’identificazione con ciò che si sta compiendo, e all’espressione di tale identificazione, attraverso frasi simili: ”io ora sono consapevole di incurvare la mia schiena, di bloccare il mio respiro...”; oppure: “in che modo ora mi blocco?”; “che cosa sto bloccando ora?”.
Quando il soggetto riconosce che può consciamente “fare” una determinata postura o tensione, comincia a percepirla meno separata ed estranea da sé, e può iniziare a riappropriarsene.
Il riappropriarsi delle parti rinnegate porta ad allargare lo spettro dell’immagine di se stessi e della propria esistenza attiva.
Da un punto di vista teorico il tipo di cambiamento atteso è un “processo” che coinvolge non solo il concetto di sé e gli aspetti psicologici, ma anche i vecchi schemi di risposta corporei e comportamentali che altrimenti continuerebbero ad influenzare i processi cognitivi ed emotivi.
top


8) La risoluzione dei conflitti: il sentiero per l’integrazione
Quando l’individuo vive e mostra un conflitto tra due parti o polarità opposte, il terapeuta della Gestalt considera entrambe come aspetti importanti del sé. Il suo obiettivo è individuare la modalità attraverso cui questi bisogni possano trovare un’espressione più completa, in modo da raggiungere la “com-prensione” del conflitto (Kepner, 1997).
La stessa “struttura corporea di adattamento” può esser vista come una “conversazione cristallizzata” o un dialogo tra parti del sé in conflitto, in cui il confronto tra le due parti è rimasto “congelato in un equilibrio di potere” dove una parte ha acquistato supremazia sull’altra.
La finalità del lavoro terapeutico non consiste soltanto nell’esprimere fisicamente i sentimenti e i comportamenti di ogni parte, ma nel risolvere il conflitto, e consentire a tutti gli aspetti del sé di mantenersi in vita e svolgere una funzione per l’intero organismo.
Di solito le persone nel descrivere se stesse, attraverso i simboli verbali o il linguaggio delle immagini, tendono ad attribuirsi una serie di qualità o caratteristiche specifiche, ad esempio dichiarano: ”Sono forte e duro”, ma implicita in ogni descrizione vi è una qualità o caratteristica opposta (ad esempio “debole e tenero”).
Tali polarità sono rappresentate non solo dal linguaggio simbolico (verbale e immaginativo), ma anche dal linguaggio corporeo.
Quindi dal punto di vista teorico della Gestalt, l’individuo fonda la propria azione e definisce se stesso sotto forma di polarità (qualità o immagini in opposizione), egli è portatore di qualità femminili (anima) e qualità maschili (animus): durezza versus tenerezza, forza versus debolezza.
Le qualità polari, di cui siamo consapevoli e con le quali ci identifichiamo, formano l’”immagine di sé”, mentre quelle qualità che abbiamo alienato ritraggono il sé rinnegato, ciò che Jung ha definito “l’Ombra”.
La persona sana ha la consapevolezza e la capacità di riconoscere come appartenenti al sé una vasta gamma di tali aspetti, e riesce ad accettare caratteristiche che sebbene indesiderabili, tuttavia esistono in lui. “La persona sana potrebbe non sempre approvare tutte le sue polarità, ma il fatto che sia disposta a consentirsi la loro consapevolezza è un aspetto eloquente della sua forza interiore” (Zinker, 1977).
Un modo per dare inizio a questo processo si fonda sul verbalizzare il significato dell’espressione corporea, mentre ci si impegna nel comportamento, vale a dire nel “dare parole” alle polarità opposte manifeste nel corpo.
Nell’esperimento in cui il paziente verifica cosa cambia nella percezione di sé gonfiando il petto e il torace, egli può, ad esempio, sentirsi come un solido muro e quindi, può dichiarare: “Io sono un muro” oppure “Io sto mettendo un muro tra me e te”; dall’altro lato, mentre ammorbidisce il petto e lascia che il respiro si approfondisca, può entrare in contatto con l’emozione che emerge, ad esempio la tristezza, e affermare “io sono triste” o “sento la mia tristezza”.
Dopo aver dato ad entrambe queste posture sia voce che espressione fisica, il paziente entra in contatto con il significato soggettivo di quella struttura, e si può procedere a sviluppare un dialogo tra le due parti del sé, ricordando che ogni polarità ha un messaggio importante da comunicare.
Quindi la trasformazione della tensione in azione ed auto-espressione, favorisce una riappropriazione consapevole. In questo modo si può creare un nuovo equilibrio in cui ciò che era stato alienato diventa più tollerabile ed accettabile per il sé, equilibrio che permette di sviluppare nuove modalità di contattare l’ambiente e di soddisfare i propri bisogni.
Attraverso gli esperimenti il paziente può trovare nuovi modi di essere, prima con il terapeuta, nel contesto rassicurante della stanza della terapia, successivamente con gli altri, nel suo mondo quotidiano, attraverso un’espressione piena e consapevole. Egli può sperimentarsi nelle possibilità inerenti le diverse polarità tenerezza-durezza, o apertura-chiusura nel contatto interpersonale, imparando a discriminare, in modo flessibile, tra ambienti nei quali l’espressione dei sentimenti è appropriata e non rischiosa, ed ambienti in cui è funzionale chiudersi “come un muro” e proteggersi.
top

Bibliografia

Alexander F. M., The resurrection of the body, Dover, New York, 1971.
Baker E. F., L’uomo nella trappola, Astrolabio, Roma, 1973.
Berne E., A che gioco giochiamo, Bompiani, Milano, 1979.
Bloomberg I., Lavoro corporeo nella terapia della Gestalt, in: "Quaderni di Gestalt", n. 6, 1988, pp. 93-121.
Ellis A., Ragione ed emozione in psicoterapia, Astrolabio, Roma, 1989.
Feldenkrais M, Conoscersi attraverso il movimento, Celuc Libri, Milano, 1978.
Ferrara A., La psicoterapia della Gestalt e il corpo, in: "Quaderni di Gestalt", n. 6, 1988, pp. 151-156.
Kepner J. I., Body process. Il lavoro con il corpo in psicoterapia, Franco Angeli, Milano, 1997.
Lowen A., Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, Milano, 1978.
Lowen A., Amore e orgasmo, Feltrinelli, Milano, 1968/1984.
Lowen A., La depressione e il corpo, Astrolabio, Roma, 1980.
Lowen A., Espansione e integrazione del corpo in Bionergetica. Manuale di esercizi pratici, Astrolabio, Roma, 1979.
McDougall J., I teatri del corpo: un approccio psicoanalitico ai disturbi psicosomatici, Raffaello Cortina, Milano, 1980.
Perls F., L’approccio della Gestalt, Astrolabio, 1977.
Perls F., Hefferline R. F., Goodman P., Teoria e pratica della psicoterapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, 1971.
F. Perls, La terapia gestaltica parola per parola, Astrolabio, Roma, 1980.
Poster E., Polster M., Psicoterapia della Gestalt Integrata. Profili di teoria e pratica, Giuffrè, Milano, 1986.
Reich W., La funzione dell’orgasmo, SugarCo, Milano, 1969.
Reich W., Analisi del carattere, SugarCo, Milano, 1969.
Rolf I. P., Rolfing. Il metodo per ristabilire, Edizioni Mediterranee, Roma, 1996.
Rosenberg J., Rand M. L., Il sè del corpo e dell’anima: per una integrazione, in: "Quaderni di Gestalt", n. 6 1988, pp. 137-147.
Spagnolo M., La comunicazione non verbale nella psicoterapia della Gestalt, in: "Quaderni di Gestalt", n. 6, 1988, pp. 159-173.
Zinker J., Creative process in Gestalt therapy, Brunner/Mazel, New york, 1977. top