26.01.05

Dino Verga  -  @ 16:09:33
DINO VERGA (curriculum)

Dino Verga è uno dei coreografi contemporanei che stimo maggiormente. La mia stima nei suoi confronti è dovuta alla grande volontà, umiltà, professionalità, costanza e caparbietà che caratterizzano la sua persona. Oggi Dino Verga è uno dei pochi ad avere una compagnia, non solo eccelsa da un punto di vista tecnico ed espressivo, ma fedele, complice e soprattutto unita.
E questo è merito suo.
Dino Verga e Stefania Brugnolini
Dino Verga e Stefania Brugnolini - Foto di Marco Schiavoni

Come inizia il tuo cammino artistico nella coreografia?
Ho cominciato a fare questo percorso di danza mirando a fare coreografia. Da piccolo i due miei mestieri favoriti erano il medico o il regista; non sono mai stato, prima di iniziare questa carriera, particolarmente amante del movimento, per cui non avevo mai fatto sport, non avevo mai fatto danza, non avevo mai fatto niente di tutto questo. Mi ha folgorato un giorno uno spettacolo che mi hanno portato a vedere. Ho deciso il giorno dopo di fare danza sapendo che quello che realmente mi piaceva non era stare sul palcoscenico…anche perché non ho mai avuto quella dose necessaria di narcisismo che invece devono avere i danzatori. Pensavo invece che per mettere su uno spettacolo, come quello che avevo visto, dovevo conoscere il linguaggio, per cui ho fatto la mia carriera di danzatore assolutamente in funzione del fatto di avere una compagnia e di fare le coreografie. Infatti, dopo tre o quattro anni che facevo danza (neanche in maniera splendida), ho iniziato a fare le mie prime coreografie in un linguaggio che era quello che conoscevo. Ho cominciato con il balletto classico per cui facevo delle cose, rivedendole con l’occhio di oggi, sicuramente molto ingenue. Nonostante il linguaggio da un punto di vista di ricerca coreografica fosse totalmente inesistente, ho trovato in quegli anni delle tematiche che mi sono ancora care e che mi hanno accompagnato per tutto il resto della vita. Io ho studiato per fare il lavoro che faccio oggi e, questa è una cosa che un po’ penso rispetto ai coreografi in genere. Penso che non proprio si nasca coreografi ma…ci siamo vicini…nel senso che bisogna avere un tipo di tensione a questo lavoro, se così si può chiamare. E’ più una vocazione che un vero e proprio lavoro. Anche perché sicuramente si arriva dopo tanti anni di esperienza a fare delle belle composizioni e delle belle coreografie, ma l’animo del coreografo io lo vedo e lo so riconoscere: riconosco chi ha sempre avuto questo fuoco sacro rispetto a chi è approdato in un secondo momento alla coreografia.

Quali sono le caratteristiche che dovrebbe avere oggi un artista?
La curiosità di sapere, di vedere e di scoprire come è il mondo esterno e piuttosto la curiosità di capire quello che accade dentro di sé rispetto a quello che cambia. Una grande voglia di studiare sempre. Qualunque cosa. Non intendo solo danza piuttosto che letteratura ma di studiare tutto ciò che gli accade intorno. Un grande coraggio e… sicuramente un pizzico di fortuna. E’ fondamentale che il destino ci metta una mano buona.

Le tue creazioni sono caratterizzate dalla purezza delle linee e dalla ricercatezza della gestualità. A tale proposito come nasce la tua ricerca coreografica?
La mia ricerca coreografica nasce principalmente dal fatto di voler tentare di esprimere qualcosa; ovviamente non vuol dire qualcosa di narrativo o qualcosa di didascalico: anche la necessità di esprimere un cielo blu o anche qualcosa di più astratto può essere il desiderio di voler esprimere qualcosa. Ancora oggi non sono approdato ad uno stile, non mi sento di mettere il marchio Dino Verga su delle cose perché cambio il modo di coreografare a seconda di ciò che sento in quel determinato momento. Non ho un metodo coreografico e anche se ho avuto delle metodologie poi si sono evolute durante il mio percorso. Lo riscontro ancora oggi ogni volta che mi approccio ad una nuova creazione lavoro in maniera assolutamente differente. Sicuramente mi piacciono le linee, questo è un fatto insito, anche se mi accorgo che nelle ultime cose sono meno attento a questa cosa quanto piuttosto mi piace più vedere un corpo che rischia. Questo è quello che mi interessa in questo momento. Negli ultimi lavori, non sono gli ultimissimi, che ho fatto su Baudelaire vado sul rischio assoluto, di un corpo al limite, sul filo del rasoio: è una cosa che m’interessa molto per cui se poi si deve andare a discapito della linea, in questo momento, lo preferisco. Ma non mi sento di dire in che senso preciso si svolge la mia ricerca perché non lo so la prossima come si svolgerà. Questa è una cosa che mi piace molto nel senso che per adesso mi porta a non andare sempre verso cose certe. Ho fatto per un anno un tentativo di ricerca sul teatro-danza, che mi piaceva e mi interessava moltissimo nel momento in cui l’ho fatto. Siamo rimasti un anno a lavorarci con quella compagnia. Col segno di poi mi sono rivisto i lavori e… quella non è la mia strada, c’è gente più capace di me a fare quelle cose, per cui è inutile che io tenti una strada che non è mia. Però ci provo, ci provo comunque.

Come nasce la creazione di un nuovo lavoro con i tuoi danzatori? Essi danno un apporto con l’improvvisazione?
Questo è un tasto delicato. A questo si collega quello che è il mio rapporto profondo con la compagnia. Ad oggi, anche dopo aver lavorato per altre compagnie, posso dire che a me interessa particolarmente lavorare con la mia compagnia. Faccio delle coreografie anche per altri se me lo chiedono ma non con lo stesso entusiasmo con cui lo faccio con i miei. Prendo sempre meno impegni rispetto a questa cosa e se riesco ad evitare un lavoro con la compagnia x…preferisco, in quanto ho verificato che per fare questo devi tornare un po’ indietro, rispetto al lavoro che stai facendo con la tua compagnia. E questo non m’interessa più di tanto.
Con la compagnia non facciamo improvvisazione. Anche se è vero che poi su delle sequenze di movimento loro, anche durante lo spettacolo, hanno la possibilità di giocarci sia sulle direzioni che sui tempi e sulle dinamiche, ma non uso lavorare sui materiali dei ragazzi della compagnia. Invece do lo spazio e se qualcuno ha voglia di fare delle cose, le fa. Manuela Mondiello ha fatto delle cose e Luca Russo ne ha fatto tante e ne sta facendo ancora perché gli interessa particolarmente. Ma non condivido il lavoro sull’improvvisazione. Questo è il rapporto che nasce con la compagnia, quello da un punto di vista strettamente coreografico quindi di passi. Viceversa da un punto di vista di drammaturgia: quando arrivo in sala con un’idea di un lavoro e di uno spettacolo, anzi in un luogo chiuso che non è la sala prove, c’è una grande discussione, presento quella che è la mia idea ma poi c’è un apporto di tutti rispetto al mio studio precedente; lo spettacolo cresce grazie alla partecipazione dei danzatori, su questo non c’è dubbio.

Oggi dopo più di venti anni dalla tua prima creazione, come giudichi il cammino che hai percorso e come sono cambiati i tuoi obiettivi coreografici?
Sono cambiati moltissimo. Sono partito da un’ingenuità di fondo per cui mi era più semplice portare in scena delle cose un po’ più descrittive e didascaliche. Non riesco a codificare quanti sono stati i cambiamenti perché sono stati tanti, continuano ad esserci e continuo a cambiare. Non so dove vado a parare vista la tensione che ho e il rapporto di complicità che ho con i miei danzatori cui va’ di sperimentarsi in cose nuove. Sicuramente sono passato attraverso delle coreografie con grandissima tecnica e movimento, che usavo nei miei primi spettacoli, e sto andando più verso la teatralizzazione del movimento, per cui sicuramente c’è un occhio meno attento alla assoluta purezza della tecnica usata quanto più un’attenzione verso un’espressione corporea generale.
Io non faccio più audizioni per scelta. I danzatori che entrano in compagnia…preferisco che ci scegliamo a vicenda. Ma i danzatori devono essere bravi. Se in una coreografia i piedi non si devono stendere è per scelta non perché non lo sanno fare. Come il ragioniere deve saper fare il suo lavoro cosi pure il danzatore. Poi per scelta puoi fare delle cose differenti, ma le potenzialità del danzatore devono essere sfruttate al massimo.


Quali sono i grandi nomi della danza che ti hanno affiancato all’inizio della tua carriera?
All’inizio pochi. Come purtroppo tanti in Italia che non sono nati in situazioni super protette. Da un certo punto in poi della mia vita, ho avuto modo di conoscere dei grandi che mi hanno sicuramente condizionato nel modo di vedere questo lavoro e in quello di approciarmi alla danza e alla coreografia. Due nomi posso fare, che sono i più significativi: uno è Merce Cunningham al di là di un fatto tecnico che mi ha affascinato, la filosofia cunninghamiana mi ha preso molto; poi un’altra esperienza fondamentale nella mia carriera artistica è stato l’incontro con Lindsay Kemp con il quale ho lavorato e sono stato accanto a lui come una spugna perché, nonostante lui fa un altro genere di lavoro che non è quello mio, in quei cinque sei mesi e poi nei due anni in cui ci siamo frequentati ho imparato una marea di cose.

Complicità e fedeltà: sono qualità che caratterizzano la tua compagnia, forse è meglio dire gruppo o famiglia. Qual è il rapporto che hai instaurato e che instauri con i tuoi danzatori?
Noi siamo molto gruppo, non ci sono segreti e non c’è un rapporto reale di direzione e dipendenti, tutte le scelte sono prese quasi in modo democratico ma ovviamente certe responsabilità me le prendo io. Il mio rapporto con loro non è quello del direttore o del coreografo che esige delle cose: le cose gliele chiedo perché da parte loro si fa di tutto per arrivarci. Questo tipo di rapporto non può nascere tra un coreografo e un danzatore che s’incontrano per la prima volta ma nasce quando i danzatori hanno un interesse particolare a stare e a lavorare con quel coreografo che viceversa vuole tirare fuori il massimo dal danzatore, per cui si crea questo rapporto supercomplice che poi cresce e ci fa crescere. C’è da dire che dall’altra parte i danzatori, e per questo c’è un grande senso di stima – io adoro la mia compagnia e i miei danzatori come gruppo e singolarmente ognuno -, si sentono tutelati, sanno che andranno in scena con le massime possibilità e anche più rispetto ad una compagnia come la mia. Tutelati nel lavoro totalmente. Presento un pacchetto assolutamente inattaccabile. Poi che la mia coreografia il mio lavoro può non piacere, mi sta benissimo. Un pacchetto: dai costumi cuciti addosso ai danzatori, alle musiche create apposta sullo spettacolo, al miglior scenografo e al miglior light designer che conosco sulla piazza.
Con i pochissimi contributi ministeriali che ho affitto una sala prove per tutto l’anno in cui nei periodi in cui si lavora, si lavora, nei periodi in cui si sta in pausa, che per fortuna sono pochi, i danzatori hanno a disposizione una sala 365 giorni l’anno dove possono venire, sperimentarsi, farsi i loro laboratori, il loro stretching, le loro lezioni. Uno spazio che possono utilizzare sempre. I miei colleghi mi prendono per matto per questa scelta. Ma penso che questo sia poi importante per avere un gruppo con cui lavorare insieme e non un rapporto di dipendenza-direzione e danzatori.

Come nasce la collaborazione con i musicisti e i video-artisti? Ed in particolare con Marco Schiavoni?
Con Marco è dall’87 che lavoriamo insieme. C’è una cosa reciproca che mi piace molto: ci stupiamo a vicenda per delle cose che vengono fuori dalle nostre collaborazioni; perché poi lavoriamo insieme poi ci stacchiamo per un periodo, poi ci riacchiappiamo e ogni volta che ci riacchiappiamo c’è un alchimia strana che funziona molto e vengono fuori delle cose delle quali io mi sorprendo e penso anche lui. Il mio indirizzo è quello di puntare al meglio: lavoro solo con la gente che penso più brava di me, solo con coloro dai quali penso di poter imparare qualcosa e preferisco evitare chi mi può dare un apporto come il mio. Cerco di stare solo con chi è più grande di me. Per fortuna ho un team di persone con le quali lavoro da anni: Marco da sempre collabora sia per un discorso musicale e adesso anche di video, Gianfranco Lucchino scenografo con delle idee che trovo assolutamente geniali, Pino Bersani un costumista “pazzo” che lavora anche nella drammaturgia dello spettacolo dandomi contributi pazzeschi. E’ un team forte che funziona. Ognuno porta il suo contributo ed è questo, parlo da esterno non da direttore artistico, che da tanto prestigio alla compagnia. Io quando vedo la mia compagnia in scena mi emoziono ancora oggi perché vedo un prodotto che probabilmente senza la collaborazione di tutti, a partire dai danzatori, da Daniela Colasanti che mi fa l’organizzatore, a tutti, costumista e light designer, non potrebbe stare in scena in questo modo.

Le tue creazioni si sono ispirate a Hesse, Wedekind e Baudelaire: il poeta maledetto che nutre la sua poesia di temi eccessivi e rivoluzionari ai quali contrappone una sorta di antitesi formale usando la metrica tradizionale e il verso alessandrino.
Trovo diverse affinità tra la scrittura di Baudelaire e la tua scrittura coreografica.
Cosa ti ha colpito e cosa ti ha influenzato della poesia del poeta maledetto?

La letteratura mi ha sempre affascinato e l’approdo alla poesia è arrivato tramite Baudelaire. La poesia ha quello che io tento di fare con la danza: riesce a sintetizzare un sentimento. Non so perché non ci sono arrivato prima e ci sono arrivato in una fase successiva. Prima mi sono occupato di Hesse, di Shakespeare, di Wedekind di una serie di autori che hanno fatto prosa. Non so perché non ho mai avuto questo collegamento con la poesia. Ho scoperto Baudelaire grazie a Luca Russo che aveva scoperto una musica di Arne Nordheim che si riferiva a le Bijoux di Baudelaire. Sono andato a riscoprire e a rileggere Baudelaire: sono rimasto folgorato. Non è stato un fatto intellettuale ma di cuore, un’affinità spirituale. Non ti so spiegare perché, me lo sentivo assolutamente vicino. Questo perché parla di questi estremi che è una cosa che mi attrae molto: parlare degli eccessi senza eccedere; gli eccessi intesi come una cosa implosa, gli eccessi non sbragati, gli eccessi che sono poi le lacerazioni e le contraddizioni interne e che Baudelaire fissa attraverso una metrica e una scrittura molto contenuta, molto classica. Io tento di farlo cercando di implodere questo sentimento dentro i danzatori e facendolo venire fuori attraverso delle vibrazioni di insicurezza, di rischio, di limite, di stare sull’orlo del baratro. Ed è un lavoro molto complicato, anche con i danzatori. Ecco questo è stato una sorta di laboratorio in cui abbiamo lavorato tutti insieme per cercare di rendere questa sensazione che c'è’ nella poesia di Baudelaire; questa sorta di pericolosità contenuta che abbiamo cercato di rendere attraverso il corpo, senza raccontare la storiella e cercando di arrivare all’essenza. Ovviamente Baudelaire è un grandissimo per cui questo paragone, di cui ti ringrazio, è una cosa che mi onora moltissimo. Mi piacerebbe molto riuscire ad arrivare a stare nei canoni baudeleriani anche perché la poesia, in questo momento, mi attrae e Baudelaire per le sue tematiche e per come le tratta è un personaggio che mi attrae moltissimo e l’ho riscoperto dopo gli anni del liceo: quando ti affascina come poeta maledetto, e poi lo rileggi a quarant’anni e lo vedi in un’altra maniera.

Nel tuo ultimo spettacolo ci mostri un video di denuncia alle istituzioni ed ad una parte della critica di danza. Lo trovo fantastico. Perché questo video?
Questo video ha creato il movimento che volevo creare. Ci sono state delle persone assolutamente d’accordo, persone assolutamente discordanti alla presentazione di questo video. L’ho fatto perché è arrivato il momento di parlare. Io non amo parlare. Lo dico sempre: ho scelto questo mestiere perché per fortuna non si parla. Non sono molto bravo a parlare. Penso che sia arrivato il momento di dire certe cose e di non nascondersi dietro a dei veli. In fondo tutti noi dell’ambiente sappiamo come vanno le cose ma nessuno ne parla. Ho pensato che era arrivato il momento di dirlo. Io non devo dire grazie a nessuno perché nessuno mi ha mai dato delle agevolazioni, ho sempre lavorato duro, tanto e devo ringraziare coloro che mi sono stati vicini per fede o per un fatto di ammirazione senza nessun sentiero sott’acqua. Io non mi sono rivolto contro tutta la critica perché invece c’è una parte molto buona, non lo dico perché questa ha sopportato me ma perché c’è una parte di critici che fa il proprio lavoro. Ossia penso che la critica oggi, in Italia soprattutto, debba dare il proprio contributo a quello che è il creativo.
Nel video io faccio dei nomi perché non voglio generalizzare, sparare a zero ma penso che ci siano delle persone nella critica, come nel nostro ambiente, nelle compagnie e nella distribuzione che fanno il loro dovere e per quelli che non lo fanno è arrivato il momento di parlare: per quale motivo fare omertà rispetto a certe cose, penso che non sia giusto.
Il discorso sulle istituzioni è purtroppo sempre lo stesso è una cosa che non cambia con l’evolversi dei tempi, cosa che mi sarei aspettato; purtroppo ancora oggi se sei figlio di un personaggio importante o ricco o un politico o nipote di un cardinale o amico stretto, non voglio indagare a che livello, di qualche politico, a secondo della bandiera governativa che gira, hai le sovvenzioni più alte o più basse. Per fortuna non mi sono mai agganciato a tutto questo e riesco a sopravvivere e sopravvivo bene e faccio il mio lavoro con il massimo senso del dovere e con la volontà che ancora c’è. Devo dire certe certezze traballano dopo un po’ di tempo e questo mi ha spinto a fare il video perché dopo vent’anni di compagnia, ero giovane sia nella vita che nel lavoro, certe cose iniziano a pesare per cui non penso e non voglio diventare un impiegato della danza. Io faccio questo lavoro perché mi piace farlo fino a quando posso farlo come dico io, quando non si potrà fare più…arrivederci e grazie però nel frattempo non voglio neanche stare zitto.

Che cosa non faresti più delle esperienze della tua carriera?
Onestamente non lo so. Molto probabilmente rifarei tutto. Mi piacerebbe essere un po’ più diplomatico e riuscire ad avere dei rapporti un po’ più formali con certe persone, ma purtroppo non è nella mia indole e non ci riesco. Ma devo dire che questa è una cosa che aiuta e mi avrebbe aiutato anche nella mia carriera ma purtroppo io sono una persona assolutamente diretta che fa le cose per il piacere di farle, io ho scelto di fare questo lavoro nessuno mi ha obbligato ma se una cosa non mi sta bene la devo dire e non riesco a digerirla. Questo non è bene. Sicuramente lo è a livello di crescita personale. La mattina tranquillamente vado in sala senza nessuna remora e riesco a dare ai miei danzatori quello che sono io.

Quali consigli puoi dare a chi si vuole avvicinare alla tua professione?
Qui in Italia ci vuole un grande coraggio, una grande costanza e una grande tenacia. Dipende dal percorso. Il mio discorso è un po’ particolare in quanto il mio lavoro di coreografo è strettamente legato alle persone che mi circondano, probabilmente anche la mia esperienza di lavoro e di vita con Luca mi ha dato una motivazione in più.
Non so…La volontà di insistere e di tentare di farlo nella strada più pulita perché molto probabilmente cosi le cose cambiano. Ho pregato, lo dicevo dieci anni fa, che i coreografi della mia generazione avessero voglia di fare delle cose pulite perché forse una generazione intera può cambiare le cose. Ma forse in Italia non è cosi.
Io ci provo lo stesso


Vi presento infine Dino Verga attraverso alcune righe scritte dalla nostra illustre Donatella Bertozzi:

“…E’ infatti l’unico che abbia avuto il coraggio di creare per un imprescindibile ‘mostro sacro’ della nostra storia recente come Elsa Piperno, uscendo indenne e anzi vittorioso dalla sfida di integrare una personalità intensa e per molti versi ‘altra’ nel proprio lavoro, acquistandone tutte le caratteristiche e arricchendosi di tutta l’esperienza di cui questa personalità era portatrice, senza però deflettere dal proprio cammino….La costanza è infatti forse il tratto più caratteristico di Verga come artista. Non la fedeltà – ché anzi l’infedeltà, costante o occasionale, a se stessi o al pubblico, può essere un tratto largamente fecondo nel percorso di un artista, essendo l’arte l’unico campo dell’attività umana in cui ai singoli è dato di porre e mutare le regole a loro esclusivo giudizio.
La costanza è dimensione diversa dalla fedeltà: implica una sottomissione consapevole, anche del singolo individuo ribelle, ad un universo di valori di riferimento che ci si può sentire liberi di trasgredire ma che si sentono nondimeno degni di rispetto.
La costanza nello studio, nel lavoro quotidiano, nella preparazione, nella ricerca, è la dimensione che consente a coreografi e ballerini di acquisire gli strumenti necessari all’espressione e alla comunicazione.
E’ dal lavoro costante – nella tradizione multisecolare della danza teatrale – che nasce l’affiatamento e l’intesa del coreografo con i suoi interpreti e l’affinamento del suo strumento linguistico. Questo infatti, per la caratteristica di esprimersi attraverso il corpo e le sue possibilità di movimento, non può essere fatto bruscamente virare a piacere in questa o quella direzione, ma deve essere pazientemente esplorato, modulato, plasmato, perché possa espandersi e mutare. Ed è dall’esercizio paziente della costanza – oltre che dal suo personale talento – che Dino Verga ha saputo trarre le risorse necessarie ad affermarsi come autore significativo della scena italiana all’inizio del nuovo secolo”.

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